Il cielo visto dal basso
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Ufficialmente, un diavolo che dà consigli ai giovani demonietti. Avrai letto anche tu "Le Lettere di Berlicche" di C.S. Lewis, vero? Attenzione, però: i diavoli CREDONO in Dio.
E questo in particolare svolazza, un po' sù un pò giù, ma complessivamente diretto verso l'alto, verso quel cielo di cui ha nostalgia.
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AnnaVercors
Aqua
Cabasilas e Carvalho
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da Marzo 2005:
Stamattina, un altro corpo. Era nel mezzo del viale, gli occhi chiusi, le ferite mortali ancora stillanti sangue.
Mia figlia è sbottata: "Non puoi tenerle sotto controllo? Ogni giorno c'è un cadavere. E metterle in gabbia?"
Non ha tutti i torti, pensavo, mentre prendevo il piccione per la coda e lo inumavo nel vicino bidone. Almeno questa volta non l'hanno spiumato. Certe volte ci sono penne ovunque, pezzi d'ala, zampe sfracellate. Ripulire è un macello, nel senso letterale. Lo stormo di torraioli che da sempre abitava sui tetti dei nostri vicini, ricoprendo la strada e il marciapiede di una spessa coltre di guano biancastro, ormai è ridotto a poco più di una dozzina di individui sull'orlo di una crisi di nervi. Sono sopravvissuti solo i più guardinghi, animali pelle e ossa che si guardano in continuazione intorno come radar con il becco. In attesa di vedere la sagoma della mia famigerata gatta, o di una delle sue terribili figlie. Le Valchirie al confronto erano bibliotecarie.
Dapprima hanno spopolato il giardino dalle lucertole. Cadaveri verdastri maciullati per ogni dove. Non pensavo che ce ne fossero tante, ad un certo momento ho pensato che avessero cominciato ad importarle dall'estero. Macchine per uccidere: ne salvavo quante potevo, sottraendole dalle grinfie assassine, ma quando sei mezzo masticata probabilmente non ne hai per molto comunque. E poi gli uccellini. Ha presente quel tenero pettirosso che cinguettava sul balcone? Dovevano essere le piume dell'altro giorno. Le gazze a lungo han chiamato il loro piccolo. Le tortore che nidificavano in cima alla palma han scoperto che i felini sanno arrampicarsi. Lo storno che avevamo recuperato ancora vivo è durato solo qualche ora. E non si sente più l'usignolo cantare, da un po'.
Non è che non diamo loro da mangiare. Fin troppo. Infatti raramente divorano le loro vittime. Penso che per loro sia come uno sport.
E allora, è giusto intervenire? Scandalizzarsi per i loro giochi crudeli? Rinchiuderle in gabbia, come suggeriva la mia piccola bambina?
Il mondo è quello che facciamo noi. Adeguarsi all'istinto, oppure no. Intervenire. Schierarsi. Giudicare. Anche il non decidere, anche lasciar fare è una decisione.
La gatta mi guarda con occhi verdi strafottenti, e io ringrazio che sia lunga solo trenta centimetri.

All'Inizio - Il bruto, per cominciare - Naturalmente la divinità - All'anima - Lo spirito della cosa - Mangia questo totem - Mi divoro papà - Siamo fatti così - il genio e il desiderio - Non così in basso - E se fosse il giardino?
Non se avete mai giocato a "Civilization". E' un gioco per computer molto famoso. Alla guida di una civiltà si ripercorre lo sviluppo dell'umanità dalla preistoria al prossimo futuro. I giocatori scelgono quale sviluppo culturale o scientifico perseguire: la scrittura porterà alle biblioteche, la scoperta dei metalli al rame, al bronzo, al ferro e così via. Ovviamente, dopo le sepolture rituali, occorre sviluppare il politeismo per poter ricercare alla fine il monoteismo...
Solo un gioco, certo: ma indice di una mentalità e di idee fossilizzate su errori antichi, quando non si pensava che la storia della religione potesse andare in senso opposto, passando da uno a molti dèi.
Errori che erano ben chiari a Wilhelm Schmidt (1868-1954), linguista e antropologo, referente di un gruppo di studiosi cattolici all'Università di Vienna. All'apparire del libro di Lang sulle antiche divinità supreme fu lui ad intuire per primo una possibile soluzione all'enigma della nascita della religione.
E se tutti i monoteismi, al di là delle differenze, non fossero che uno solo? E se tutti gli Esseri Supremi rintracciabili nelle diverse culture non fossero che la memoria offuscata dal tempo di un unico evento, databile all'inizio della storia della specie umana, in cui la divinità si è rivelata?
In altre parole: e se quanto raccontato nel libro della Genesi, un Dio che passaggia con l'uomo nel giardino dell'Eden, fosse realmente avvenuto?
Se non letteralmente, quantomeno come dinamica. Una realtà remotissima, offuscata da fraintendimenti, aggiunte, riscritture, rivelazioni ed interpretazioni successive; ma quantomeno una realtà.
Schmidt, con le sue brillanti argomentazioni e la sua mole di dati (4000 pagine, 12 volumi) difficilmente confutabile, ha ovviamente terrorizzato il mondo dell'antropologia, uno delle più secolarizzate branche della scienza esistenti. E quindi, al di là di alcuni aspetti problematici delle sue teorie, è stato rifiutato in blocco.
Non potendo negare i fatti - sì, anche quelli, ma esistono dei limiti - alla fine gli scienziati hanno dovuto alzare bandiera bianca. Finendo con l'affermare che non sapremo mai come è nata la religione; mai riusciremo a spiegare le tante similitudini nei culti di popoli così distanti tra loro, persi nelle nebbie del tempo. E quindi abbandonando a questo fine quello studio dei popoli primitivi intrapreso dai loro predecessori proprio per confutare quella tesi che, alla fine, dai fatti è nonostante tutto emersa.

Se noi dobbiamo dare un governo rappresentativo ai musulmani inglesi (...) non dobbiamo commettere l'errore di domandar loro di fare una croce sulla lista elettorale: sembra una sciocchezza ma li può offendere. Così io ho introdotto una piccola riforma permettendo un simbolo facoltativo, tra l'antica croce e un segno curvato, che può essere la mezzaluna e che, siccome è più semplice a farsi, sarà generalmente accettato.1
Questa citazione da "L'Osteria Volante" di Chesterton, in cui si immagina (cent'anni fa) un'Inghilterra in balia di una manìa musulmana che rimuove ogni simbolo della cristianità, mi è tornata alla mente ripensando alle icone che sono state standardizzate nei nostri computer per Sì e No.

Considerando che Sì è una mezzaluna verde, e No una croce...
" If we are to give Moslem Britain representative government, (...) We must not ask them to make a cross on their ballot papers; for though it seems a small thing, it may offend them. So I brought in a little bill to make it optional between the old-fashioned cross and an upward curved mark that might stand for a crescent--and as it's rather easier to make, I believe it will be generally adopted."
Sono un poco stupito che nella discussione sul crocefisso e l'islamismo rampante non si sia mai citato un romanzo stranamente profetico di quasi un secolo fa.
Il libro narra di una Inghilterra in cui la piaggeria verso l'Islam conduce alla sostituzione progressiva delle croci con la mezzaluna, delle tradizioni occidentali con quelle "turche"; con conseguenze come l'abolizione delle osterie.
La lotta tragicomica di un nerboruto poeta-guerriero irlandese e del padrone di una osteria smantellata per mantenere il diritto al bicchierino, condotta sfruttando la lettera della legge e la conoscenza della propria terra, è la scusa per una robusta satira sociale e una galleria di ritratti di intellettuali più o meno proni al nuovo che avanza.
Stiamo parlando, se ancora non l'aveste riconosciuta, de "L'osteria volante" di G.K. Chesterton. Un'opera che se per certi aspetti appare assolutamente datata - pubblicata nel 1914, già la prima guerra mondiale renderà obsoleto il mondo che descrive - da certi altri lascia stupefatti per la lungimiranza nel prevedere determinati meccanismi che ora, solo ora sono in pieno svolgimento.
Colpiscono soprattutto i ragionamenti usati da alcuni personaggi per affermare la superiorità della cultura islamica. Apparentemente lineari, appaiono tuttavia folli a chi conosca la realtà. E' proprio il cozzo tra la realtà e l'imposizione di una ideologia il tema fondamentale del libro.
Chesterton, che non ancora convertito quando lo scrisse, fallisce tuttavia nell'indicare il vero punto di scontro. Ci gira attorno, ma non lo concretizza mai: quello che rende possibili le osterie, e impedisce gli harem, è proprio quella croce che compare nell'insegna dell'osteria del titolo; e che l'improbabile Profeta che imperversa nelle pagine vorrebbe rimpiazzare per ogni dove, dai tetti ai segni di spunta.
Di fronte all'ingiustizia imposta c'è chi si adegua e chi no: "Ho visto oggi qualcosa di peggio della morte: e il suo nome è Pace".1 Non è il Turco il nemico che Chesterton indica, ma chi pretende di rimpiazzare il mondo "fatto male" con qualcosa di meglio ideato da lui.
Una lettura straordinaria, molto più godibile in lingua originale se si può.
E termino con una delle straordinarie canzoni che lo costellano. Una canzone di amore e, se si può dire, di speranza.
"Lady, the light is dying in the skies,
Lady, and let us die when honour dies,
Your dear, dropped glove was like a gauntlet flung,
When you and I were young.
For something more than splendour stood; and ease was
not the only good
About the woods in Ivywood when you and I were young.
"Lady, the stars are falling pale and small,
Lady, we will not live if life be all
Forgetting those good stars in heaven hung
When all the world was young,
For more than gold was in a ring, and love was not a little
thing
Between the trees in Ivywood when all the world was
young." 2

1 -"I have seen something today that is worse than death: and the name of it is Peace."
2 -
Signora, nei cieli ora la luce muore
Signora, fà che moriamo se muore l'onore
Il tuo guanto caduto, cara, era una sfida gettata in più
per me e te, in gioventù.
Perchè là più dello splendore stava
E non solo la comodità importava
Là nei boschi di Ivywood per me e te, in gioventù.
Signora, sta cadendo una stella piccola e smorta
Signora, noi non vivremo se la vita solo importa
dimenticando quelle buone stelle appese lassù
Quando aveva il mondo la gioventù
Perchè c'era più dell'oro in un anello
e non era amore piccola cosa, in quello
Là nei boschi di Ivywood, quando aveva il mondo la gioventù
(traduzione mia)
Mi ricordo di Michele la prima volta che la vide. Stavamo sfogliando riviste insieme, io alzai lo sguardo proprio in quel momento. Vidi il suo volto cambiare, gli occhi brillare. Mi sussurrò: "Guarda quella!"
Io guardai. Era, oggettivamente, bellissima. Curve da sogno, l'aria aggressiva eppure con un che di morbido. Diedi un'altra occhiata a Michele. Se ne stava lì imbambolato, ed io riconobbi i sintomi. Era senza dubbio innamorato perso.
Ce la mise tutta, non aveva in testa altro. La conquistò. Noi amici eravamo scettici. Uno come lui, con una così. Ma lui ripeteva che nessun sacrificio era troppo grande. Quando per la prima volta li vidi insieme quasi non ci potevo credere. Dalle nostre parti bellezze del genere sono rare, ed erano pochi a scommettere che alla fine il sogno di Michele si sarebbe realizzato. Da parte mia, ero felice per lui. Ma non mi abbandonava il senso di inquietudine. Conoscevo Michele. E prevedevo guai.
Guai che purtroppo arrivarono.
Non si sapeva trattenere dal metterla in mostra, farne sfoggio. Vantarsi. E non perdeva occasione per far vedere che era lui il padrone. La portava in luoghi che sarebbe un eufemismo definire inadatti. Non si accontentava di ciò che lei gli dava: pretendeva oltre, sempre di più. La metteva alla prova. La strapazzava, la trattava male. Lei era stata molto brillante: non solo bella, ma con quel qualcosa in più che faceva girare la testa. Adesso sembrava diventata opaca: sempre al limite, anzi, oltre il limite. E questo ha un prezzo.
Michele sembrava ignaro di quello che stava succedendo al suo sogno. Ascoltandola, guardandola, era impossibile non notare il cambiamento. Lei era diventata trasandata, sporca. Puzzava di fumo, forse anche di qualcosa di peggiore. Poi, una sera, accadde.
Fuori del bar c'era un gruppo di facce nuove. La videro, e cominciarono a fare apprezzamenti. Michele l'accarezzava distrattamente. Dava corda. Poi, ad un certo punto, si voltò. "Volete farci un giro? Divertirvi un po'? Accomodatevi." E lo disse con tale tono che ne fui inorridito.
Lo presi da parte: "Ma sei impazzito?" gli chiesi. E lui, con un sorriso amaro: "Io ci ho fatto di tutto, insieme. Di tutto. E' ora che se la godano un po' anche gli altri. E' roba mia, posso farci quello che voglio. Posso usarla come voglio."
Rimasi senza parole. Lui mi passò accanto ed uscì.
Di lì a non molto lo vidi con un'altra.
Mi disse solo una parola: "Ho rotto".
L'andai a trovare. Se ne stava a bordo strada, in attesa che venissero a prenderla. Michele aveva preteso troppo, stavolta. Non si era accontentato di quello che lei era: aveva preteso di imporre su di lei la sua misura, sordo agli avvertimenti ed ai segni premonitori. La sfiorai con le dita. Era immobile, morta.
Una macchia d'olio nerastro macchiava l'erba, colava nel fosso. La carrozzeria, un tempo lucida, era tutta graffiata. L'interno era pieno di rifiuti. L'automobile più bella che avessi mai visto era un rifiuto lasciato ad arrugginire.
Abbandonata. Come accade ai sogni, quando ti accorgi che non bastano. Come accade quando di quei sogni non siamo degni.

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Durkheim affermava che gli aborigeni australiani hanno il livello culturale più basso possibile. Ma, al contrario di quello che il sociologo credeva, la loro religione non è limitata ad un totemismo senza dio: comprende solide nozioni di cosmologia ed un gruppo di Alti Dei che hanno creato il mondo.
Lo stesso tipo di convinzione che hanno altri gruppi estremamente primitivi in tutto il mondo. Pigmei, Figiani (sì, quelli simili "ai più bassi animali" secondo Darwin), gli abitanti delle Andamane...questo fatto, noto fin dalla fine del XIX secolo, all'epoca era stato aspramente contestato o ignorato.
Uno dei pochi a dargli il giusto rilievo fu Andrew Lang (1844-1912). Nel suo "The Making of Religion" (1898) attacca frontalmente il mito che il selvaggio non abbia l'idea di Dio. Dimostra, dati alla mano, che i gruppi più primitivi in tutto il mondo credono nell'esistenza degli Alti Dei (High Gods): eterni, onniveggenti e custodi della moralità. Insomma: lo stadio più antico della religione non sarebbe un indifferenziato animismo, ma il credere in un Essere Supremo eventualmente attorniato da dèi minori; e l'adorazione degli antenati e degli spiriti una degenerazione più tarda.
L'establishment antropologico, devoto all'idea di una evoluzione lineare della religione, non la piglia tanto bene. E ostracizza il suo lavoro. Ma man mano che le prove si accumulano - da citare Paul Radin, Mircea Eliade (1907-1986), Ninian Smart (1927-2001) - i fatti non possono più essere negati.
Naturalmente le immagini di questi "Alti Dei" tra le culture primitive variano molto. Possono essere molto attivi e interessati all'uomo; oppure simili a Demiurghi ritiratisi a vita privata dopo avere creato il mondo, lasciato in custodia a spiriti minori. Lang stesso pensava che gli alti Dei fossero troppo astratti ed esigenti per soddisfare il desiderio comune di un dio più permissivo e vicino agli esseri umani.
George Peter Murdock ha realizzato nel 1967 un'interessante analisi tabellare delle culture primitive. Ecco come le riporta nella parte dedicata alle religioni Rodney Stark nel suo "La scoperta di Dio":
Gruppi Nomadi
|
Dio Supremo attivo |
42% |
|
Dio Supremo inattivo |
22% |
|
Nessun Dio Supremo |
36% |
| Numero di casi: 36 |
Uso del Debbio (Agricoltura Taglia e Brucia)
|
Dio Supremo attivo |
23% |
|
Dio Supremo inattivo |
44% |
|
Nessun Dio Supremo |
33% |
| Numero di casi: 144 |
Gruppi Raccoglitori
|
Dio Supremo attivo |
16% |
|
Dio Supremo inattivo |
27% |
|
Nessun Dio Supremo |
57% |
| Numero di casi: 120 |
Tenete conto che "Nessun Dio Supremo" significa, in larga parte, il credere in un politeismo come quello delle culture classiche. Il punto di Lang è confermato in maniera evidente.
La questione ovvia è perchè le religioni primitive non siano un rozzo cumulo di superstizioni come Tylor, Spencer e gli altri credevano. Com'è possibile che popoli primitivi abbiano concetti più sofisticati di civiltà più tarde e sviluppate come i Greci e gli Egiziani? La sola risposta fornita ha causato così ampia costernazione tra gli antropologi che la domanda stessa è stata dichiarata irrilevante o irricevibile. Come vedremo.

Magia e religione sono da sempre avversarie. Ambedue si fondano sul soprannaturale; quello che le differenzia è il motivo che le muove.
Il soprannaturale è il riconoscere che c'è qualcosa, nella natura, che la eccede. Delle forze o entità che sono al di fuori del sensibile, e che in qualche maniera possono controllare, alterare o ignorare l'ordine naturale.
La religione è il tentativo di spiegare l'esistenza basandosi sul soprannaturale. La magia è il tentativo di piegare quel soprannaturale ai proprii scopi. La religione vuole stabilire un legame con la realtà allargata, la magia imporvi il proprio potere.
Può valere la pena ricordare come l'elettricità, il magnetismo, le forze che tengono insieme gli atomi potevano essere viste come soprannaturali finchè non sono state ricomprese nella definizione di natura: allargando i confini di quest'ultima.
Diceva Arthur C.Clarke che "qualsiasi tecnologia abbastanza avanzata è indistinguibile dalla magia". Lo spirito del negromante, di colui che vuole acquisire potere e sapienza tramite demoni e qualsiasi pratica adatta per quanto immorale, rivive oggi esaltata e portata a modello.
Le antiche favole sono piene di ammonimenti sulla destinazione finale di questi sforzi senza controllo. Come allora, i paesani guardano la torre del mago da cui giungono strani bagliori, chiedendosi quanto manchi al momento in cui un'apprendista aprirà la porta sbagliata.
Ci avete fatto caso? Avete sentito qualche servizio giornalistico sulla caduta del muro in cui abbiano nominato Giovanni Paolo II?
Io no. Se non ne avesse parlato Lech Walesa, in un intervento che nessuno ha ripreso, la mia impressione è che praticamente tutti se ne sarebbero "dimenticati".
Il Papa attuale non è stato invitato, e neanche il suo predecessore.
Ci vuole una bella dose di pelo. Come del resto ce ne vuole a non citare mai, nei discorsi o articoli di alcuni, quella parolina che il muro lo spiegava: comunismo.
Angela Merkel ha ricordato il giorno della caduta del Muro di Berlino come quello della “vittoria della libertà”, una libertà che non deve essere vista come un bene “sottinteso”, ma come qualcosa per cui si lotta ogni giorno. Wojtyla insegnava che è la verità che rende liberi. Ma questa verità a qualcuno conviene nasconderla dietro un muro, da dove non possa uscire.
In assenza di tale fede oggi noi ci lasciamo guidare dalla tenerezza, una tenerezza che, da tempo ormai recisa dalla persona di Cristo, è tutta avvolta dalla teoria. Quando la tenerezza viene staccata dalla sorgente della tenerezza, il suo esito logico è il terrore, finisce nei lager e nei fumi delle camere a gas. (Flannery O'Connor)

E' tardissimo. Il film è finito, accidenti a me che mi sono lasciato tirare a vederlo.
E' quel momento della notte in cui è più faticoso alzarsi per andare a letto che continuare a giacere sul divano. Faccio un breve giro dei canali televisivi per ritardare di qualche istante il sonno. E incappo nella partita di poker.
Indugio qualche istante a guardare. Texas Hold'em, un milione di dollari in palio, alla faccia loro. Restano cinque giocatori, anzi quattro.
Uno attira la mia attenzione. Praticamente qualsiasi carta abbia in mano, lui gioca "All in". "All in" vuol dire "tutto dentro", o la va o la spacca. I commentatori sbuffano: "Non poteva scegliere momento peggiore...", le probabilità sono contro di lui. Ma le carte giuste arrivano, una, due, tre, quattro volte. All in, e l'improbabile accade, continua ad accadere.
Sono rimasti in due, ultima mano, ancora all in. Le probabilità gli sono ancora nemiche, una su cinque. Eppure vince. L'avversario mastica amaro. Non è stato battuto da una tattica paziente, una strategia sofisticata, un'abilità straordinaria, neanche la "faccia da poker" è stata necessaria. Il suo rivale si è semplicemente lanciato a capofitto. Ed ha avuto ragione. Intascandosi il milione.
Spengo il televisore, perplesso. Quante volte accade anche a noi di pianificare attentamente, calcoli su calcoli, quando per vincere basterebbe semplicemente mettere tutto noi stessi. All in.

Il mio figlio più grande è nato nel 1999. Ottant'anni dopo la fine della prima guerra mondiale, più di cinquanta dopo la seconda, dieci dopo la fine nominale dell'illusione comunista. Per lui la Grande Guerra è remota come per me lo erano le Guerre d'Indipendenza. Roba di un'altro secolo. Hiroshima, Normandia, i partigiani sono incognite di un passato che per me era il Piave, Caporetto, i Cavalieri di Vittorio Veneto. Ad una ad una le memorie di quei tempi svaniscono con coloro che le conservavano.
In Comune ieri si ricordavano quegli anni lontani. Retorica, idealismo, utopia. Un reduce rimpicciolito dall'età minimizzava: "Ci siamo trovati in mezzo. E' stata veramente dura, ma ormai sono solo ricordi, ora ad un passo dalla vita buona". La lettura dei caduti non finiva più: più di settanta, su seicento partiti. Facce da ragazzini, con i baffi orgogliosamente arricciati; quasi bambini i partigiani, diciotto anni perduti in un fosso.
Nessuno li ricorda vivi. Partiti perchè bisognava, o perchè bisognava; non più tornati perchè il male è forte, nell'uomo, e spinge verso la morte. Nasce dal desiderio di afferrare, di possedere; e non importa cosa sia di mezzo.
Oggi, a Berlino, tanta gente che magari manco era nata. Retorica, idealismo, utopia. Un'utopia caduta, inconsistente, quella venuta, altrettanto vana. Mio figlio non capisce, mio figlio non sa, come me, come noi tutti. Ci siamo trovati in mezzo, e ancora non capiamo. Anche qui nomi che il tempo già trascolora.
Quei nomi dureranno come il marmo su cui sono scritti, che la pioggia novembrina sfalda. Se non fossero scritti altrove, il loro essere sarebbe stato vano.

Ho finito da poco di vedere la seconda bellissima serie di Ghost in the Shell.
Tre film, due serie di ventisei episodi. Belli, intriganti, appassionanti.
Alla base di tutti, la domanda: cos'è l'anima (ghost)? E' possibile per una macchina acquisirla? Risiede nel corpo, nell'involucro (shell), è limitata ad esso? E' solo un insieme di dati, o qualcosa di più? E cosa succede se, quando, tutto di un individuo, dagli arti al cervello, diventa duplicabile, riproducibile?
Queste anime si possono realmente unire, comunicare? Cos'è la conoscenza? Cos'è l'uomo? Cos'è, allora, Dio?
Queste le domande. Ma c'è chi si appassionerà alle sparatorie adrenaliniche e alle curve della protagonista; chi alla trama originale, intricata, a volte noir, a volte poliziesco, sempre fantascienza; chi alla psicologia mai banale e sfaccettata dei personaggi; ed infine chi vorrà potrà tuffarsi in profondità nelle meditazioni filosofiche e sociali che ne sono la trama portante.
Come l'autore di queste bellissime pagine evidenzia, in fondo tutto Ghost in the Shell è un'opera religiosa, nel senso profondo del termine: cioè si pone domande su chi siamo e dove andiamo. Tematica sottintesa, suggerita solo per accenni. Come nella sigla di apertura dove la protagonista appare quasi subliminalmente circondata da un'aureola cruciforme fatta di dati di computer - me ne sono accorto solo dopo averla veduta decine di volte. Resa infine esplicita solo al termine, con una serie di inattese citazioni bibliche ed evangeliche, dalla croce.
Una delle cose che mi ha commosso di più è il passaggio alla coscienza, all'anima, da parte di un gruppo di robot. Che inizia, non a caso, con il battesimo (o unzione) di uno di loro con olio naturale, in opposizione all'olio sintetico; e che ha il suo culmine, il suo segno esplicito, nel cosciente sacrificio della propria vita per la salvezza di altri. Si diventa persone solo quando si è disposti rinunciare a sè per il prossimo; si perde l'umanità quando si sacrifica il prossimo per se stessi, per le proprie idee. Certo non scontato, specie oggi.
Un'opera sfidante e appassionante. Non perdetela.
Questo filmato è uno dei momenti più lirici del primo film. Tra un combattimento con armi pesanti e l'altro...
All'Inizio - Il bruto, per cominciare - Naturalmente la divinità - All'anima - Lo spirito della cosa - Mangia questo totem - Mi divoro papà - Siamo fatti così - il genio e il desiderio - Non così in basso - E se fosse il giardino?
Abbiamo visto come si sia cercato, e si cerchi, di dare base biologica al fatto religioso. Una visione alternativa può essere il considerarlo un qualcosa di culturale.
I nuovi elementi di una cultura non sorgono per iniziativa di intere tribù o società. Hanno la loro origine nel lavoro o nelle intuizioni di singoli, o tuttalpiù piccoli gruppi. Una volta sviluppata una nuova visione, un nuovo approccio - riguardi esso la divinità o la forma di un arco - questa idea si diffonde.
Vedere la religione come un fatto culturale che parte da un singolo e si diffonde è un approccio valido sia che la si consideri una rivelazione che una invenzione umana. Ma è stato ferocemente attaccato da coloro che consideravano ridicolo che l'uomo primitivo potesse essere un protofilosofo e non un bruto grugnente.
Tale disprezzo perde forza quando si risale alle radici delle innovazioni e si scoprono persone che, di fatto, erano teologi o veri e propri genii religiosi.
Il genio è colui che riesce a spiegare le cose meglio di quanto noi potremmo fare: il genere di persona che lascia una traccia nella storia, se chi sta attorno percepisce il suo valore.
Gli scettici attribuiscono la nascita delle religioni alla paura della natura, dei disastri, della morte. Paul Radin faceva notare che i popoli primitivi di tutto il mondo avevano in realtà paura di una sola cosa: delle incertezze della vita in tempi difficili. Non si rivolgevano alla divinità per le cose di tutti i giorni, ma per i desideri che solo il soprannaturale può concedere: un buon raccolto, un viaggio senza incidenti... come noi.
Questo non spiega l'origine della religione stessa, tuttalpiù la sua accettazione. Perchè, lo vediamo anche in noi, il momento in cui cominciamo a pensare che ci possa essere qualcosa oltre il quotidiano è nel momento di crisi, quando ci rendiamo conto di non avere il controllo del mondo, o nello stupore di scoprire che il mondo stesso è più grande, vasto e bello di quanto potremmo mai inventare. E cominciamo a domandarci: "Ma chi l'ha fatto?"
Tutti abbiamo la domanda. Di tanto in tanto qualcuno prova a dare una risposta.
La religione non risiede solo nella credenza nel soprannaturale, come Tyler e Spencer credevano, nè nei soli riti come afferma Durkheim. E' nel desiderio, nella sete dell'uomo di dare un senso alla vita.
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Mi fa pochi problemi che non ci siano crocefissi sulle pareti di un'aula; mi fa invece molto problema che ci sia qualcuno che mi impedisca di metterli.
Di fatto quel qualcuno non mi sta dicendo che, per pluralismo, non ci devono essere simboli religiosi sulle pareti; mi sta dicendo che ce ne deve essere uno solo. il Grande Nulla, adorato da quanti si oppongono al bene in ogni sua forma.
Diffidate di chi odia il volto delle cose, il vostro volto. Una volta rimossa di una persona la storia, i simboli, ogni apparenza che non sia il grigio nulla, non resterà che uno spazio vuoto a forma di uomo. E si sa, il vuoto è destinato ad essere riempito.

«L'insegnamento dell'italiano» nelle aule scolastiche costituisce «una violazione del diritto dei genitori a educare i figli secondo le loro convinzioni» e una violazione alla «libertà di cultura degli alunni». Così la Corte Europea dei diritti dell'uomo nell'ultima sentenza. L'Italia ha ora tre mesi di tempo per adeguarsi.
Questo pronunciamento arriva dopo la sentenza sul crocefisso nelle aule, sul divieto di cartine geografiche sui muri delle stesse "che potrebbero offendere profondamente le sensibilità degli alunni di diversa nazionalità", sulla proibizione di mostrare "opere cosiddette artistiche che urtano la fede o la mancanza della tale" (escluso dall'insegnamento ogni dipinto o testo con riferimenti religiosi), il discusso comma sulla "non specificazione di genere" che ha bandito ogni riferimento al sesso delle persone in qualsiasi contesto storico o geografico, l'atto sulla "difformità storica" che proibisce l'insegnamento di una specifica circostanza che non sia "approvata in via preventiva come antirazzista, non eurocentrica e non in conflitto con qualsivoglia impostazione culturale", e il comma sull'educazione civica vista come "non vincolante e oppressiva per gli appartenenti a diversa cultura".
In conformità a queste direttive i bambini rigorosamente anonimi e in grembiulini unisex grigi - per via della discriminazione e della privacy - in mancanza di altre materie di studio possibili venivano istruiti solo in matematica e, fino ad oggi, in italiano.
Molti commentatori pensano che, poichè l'italiano è bandito, l'unica opportunità rimasta sia l'apprendimento della matematica tramite video dei teletubbies.
Una persona che potrebbe essere un funzionario del ministero della pubblica Istruzione - il burqa ha reso impossibile verificarne l'identità - ha riferito che si starebbero valutando strade alternative, come far dichiarare gli italiani minoranza protetta e quindi sfruttare gli appositi canali comunitari per insegnarlo almeno come lingua straniera. In fondo, precisa la presunta fonte ministeriale, vista la crisi delle nascite e l'obbligo comunitario della presenza di distributori di droghe, profilattici e pillole abortive fin nella scuola materna, il problema entro qualche anno si risolverà da solo.

La prova che l'uomo è diventato uomo è nelle tombe. In quelle antichissime sepolture vediamo il segno di qualcosa più dell'animale senza patria e senza coscienza. L'adombrare che ci sia qualcosa che possa proseguire, prosegua, e che l'addio non sia per sempre.
In questo tempo di troppa fretta e poche certezze il ricordo è come cenere che si vorrebbe disperdere insieme all'idea di un cielo diverso. Ci vogliono fare pensare che siamo come muffa sulla crosta di rocce nel buio dell'universo, che verrà grattata dal rotolare del tempo. La muffa non aspira a cose più alte.
Oppure si usano i morti come si usano i vivi, come stampella di ciò che è ancora più morto di loro.
Ma ognuno di noi è una persona, con la sua sete di infinito; e quando il passato sostituirà il presente questo non cambierà.
Ogni defunto è sacro perchè porta in sè questa scintilla di eternità. Le luci di chi quella scintilla l'ha coltivata, facendola diventare santità, vero eterno in questa terra che passa, non si spengono neanche se dimenticate. Perchè hanno il loro combustibile in ciò che rende vivo la materia morta, in ciò in cui è la nostra stessa consistenza, e a cui al nostro momento torneremo.

Gli scaffali delle librerie straboccano di vampiri. Ma non sono più quelli di una volta. Un tempo i vampiri erano il terrore della notte; adesso, le adolescenti pagherebbero qualsiasi cifra per vedersene comparire uno davanti. Anzi: per essere uno di loro.
Da "figli delle tenebre" gli epigoni di Dracula sono diventati dapprima degli sfigati con una brutta malattia poi, nell'epoca del politicamente corretto, dei "diversamente vivi".
Il vampiro "classico" è una persona che, consciamente, rifiuta Dio per ottenere potere e prolungare l'esistenza. Poichè Dio è il signore della vita, non potendosi il vampiro dare la vita da sè la deve prendere da qualche parte: quindi la ruba dalle altre persone. Dalle sue vittime non prende solo nutrimento, ma la sua stessa esistenza continuata. Ed è per questo che il sangue, principio vitale, deve essere umano.
Il vampiro non è vivo e non è morto; è oltre ogni redenzione, perchè ha consegnato completamente la sua anima al male, non vincendo ma aggirando la morte che è la sorte di ogni vivente. E' quindi incapace di amare, perchè ogni amore viene da Dio. Gli umani sono sue prede, da usare, e basta.
Fugge la luce, i simboli e gli oggetti sacri, perchè distruggerebbero la sua esistenza contro natura, basata sul nascondersi al bene.
E' questo il motivo per cui un vampiro (old style) è molto più terrorizzante di un licantropo; perchè è una incarnazione del male, il male consciamente scelto.
Nell'istante in cui si nega un principio superiore le cose diventano al tempo stesso più semplici e complicate. Il vampiro diventa un "normale" malato, di una malattia che lo spinge a cercare il sangue altrui. Naturalmente perdendo qualsiasi de-sacralità alla sua condizione: l'effetto di una croce diventa incomprensibile.
Per i vampiri di Matheson il ribrezzo della croce è autosuggestione; quelli di Twilight ne tengono una in casa. Il rifiuto della morte diventa qualcosa di desiderabile, perchè ormai si è incapaci di considerarne il prezzo, l'anima immortale. Dà da pensare come un romanzo scritto bene ma con una trama improbabile da Harmony, senza una sola idea originale (da Pratchett a Buffy, passando per Rice, Hellsing e Underworld) possa diventare un successo planetario. Qui la scelta etica che un tempo era tra la luce o le tenebre, con buona pace delle citazioni bibliche diventa un mero moralismo: chi succhio?
Suppongo che ogni epoca abbia i suoi eroi e i suoi mostri. E' quando questi si scambiano posto che ci si dovrebbe cominciare a preoccupare.
Sono pazzo.
E' ufficiale. Scritto nero su bianco, controfirmato. C'è un foglio bollato che certifica il mio stato di insanità mentale. E che autorizza queste sbarre alle finestre, questa stanza, questo vestito, se vestito si può chiamare.
Cercano di curarmi. Vogliono che veda la realtà come la vedono tutti, che la smetta di immaginarmi ciò che non esiste. Mi danno pillole, parlano con me. A volte.
Potessi avere un po' di vino. Ma l'alcool è un mio problema, mi dicono, non sono autorizzato. Neanche una goccia. Se sto lontano dal vino potrei guarire prima, dicono. Dopo tanti anni in cui ogni giorno ne sentivo il sapore mi sento in agonia, mi si contorce lo stomaco. Cerco di resistere.
E' come mi rapporto con le persone. Sono un sociopatico, dicono. Per questo non mi fanno vedere nessuno. Fino a qualche mese fa stavo nello stanzone comune, ma poi hanno scoperto quello che facevo, con alcuni, nello sgabuzzino. Si sono arrabbiati moltissimo. Hanno detto che era un comportamento riprovevole, che rischiavo di fare regredire anche gli altri. E mi hanno isolato. Per il mio bene, per quello di tutti.
Guardo fuori dalla finestra. Il dottore ha detto che quando smetterò di vedere cose immaginarie, di pensare che possano esistere veramente, potrò uscire.
Ma so quello che sono, e non si può cambiare.
Potessi mettere le mani su un po' di vino. Forse potrei convincere uno degli inservienti. Ce n'era uno che sono convinto sapesse cosa facevo con gli altri. Ho visto talvolta sul suo viso una strana voglia, uno strano desiderio. Come volesse partecipare anche lui, l'occhiata furtiva, l'appartarsi. E poi quei gesti, quelle parole, per portare ciò che dicono immaginario qui nel reale.
Certo, potrei mentire, dire che non esiste niente al di fuori di quello che è autorizzato. Ma quello che sono è per sempre. Avessi del vino, oltre al pane. Potrei farlo diventare ancora il sangue di Cristo. E, sorridendo, ancora una volta sapere per certo che i pazzi sono loro.

1989-2009. Ma ancora non è finita, non finirà mai.
C'è una grande differenza tra patria e nazione. La nazione è il posto dove si nasce. Natio: la cucciolata di un animale, in latino. La nazione uno non se la sceglie, è imposta dalle circostanze. Il nazionalismo è elevare questo luogo di nascita ad assoluto, a preminenza.
Viceversa la patria è il luogo del padre. Il padre anch'esso è dato, ma in misura diversa rispetto alla madre. Mentre l'appartenenza materna è un'appartenenza di terra, di carne, la paternità è in una qualche maniera una categoria dello spirito. Mentre la nazione non è mai una scelta, la patria può esserlo. Il patriottismo è una volontà, prima che una appartenenza.
Resta da dire solo una cosa. Per il cristiano il proprio padre ultimo, e quello di tutti gli uomini, è Dio stesso. Tutti facciamo parte di una stessa patria sui generis, ampia come l'universo intero. Che, da veri patrioti, amiamo.

"Titti, Titti, vieni a vedere!"
"Cosa c'è?"
"Guarda che garrata questa cintura! C'ha gli inserti olo!
"Mmmmm..."
"Ehi, che c'è, che balza? C'hai la floscia?"
"No, è che non va tanto...non so..."
Giada scrutò l'amica. "C'hai proprio la floscia. Quant'è che non misci con qualcuno?"
"Mmmmm...lasciamo stare...è che ragazzi ruzzi non ce stanno..."
"Ecchettepompa dei ragazzi? Al giorno d'oggi si può far senza! Dai, vieni" fece l'adolescente prendendo la sua compagna per mano.
Il reparto Sensostimo era lì a fianco. Giada condusse Titti davanti al pannello delle novità. "Guarda che scelta. Tutto quello che vuoi, e sono pure in offerta. Dai, prova..."
Titti, con riluttanza, aprì lo sportellino sul dito e lo posò sul connettore. Sentì un lieve formicolio mentre il sensostimo si collegava con la sua interfaccia cerebrale. Mise la percezione in standby ed abbassò il firewall, dando l'assenso alla connessione. Immediatamente il supermercato intorno sparì. Invece dei suoi abiti ora sentiva sulla pelle un leggero vestito di seta. Una musica dolce, un profumo inebriante, le ombre della sera...e due enormi uomini nudi che le sorridevano. Uno si chinò su di lei, sorridendo languidamente. "Mii, che gilla che sei. Che bei capelli. Misciamo, dai..." Titti sentì le sue parti intime che si risvegliavano, vogliose...
L'uomo si bloccò a metà del gesto. "Soddisfatta della prova? Se desidera proseguire l'esperienza e acquistare il prodotto prego m..."
Titti staccò il dito, e il mondo circostante tornò di botto ad essere il reparto di un supermercato affollato. L'eccitazione era andata, come mai esistita. Giada le sorrideva. "Garro, no??? Io quello l'ho fatto tutto tre volte, ad un certo punto c'è pure...ma che c'è?"
"Non so, mi sembra tutto così...falso..."
"Machettepompa? Godi, no? Però, se vuoi, ti passo i sensostimo miei...ne ho registrati qualcuno anche con Paolo...quelli sono tutti veri...te li dò a poco..."
Titti scosse la testa. "Un paio li avevo già presi, e anche Lucio e mia madre...non è che non mi piaccia...è che non mi basta..."
Giada si illuminò. "Ah, ho capito! Vieni con me".
Il reparto farmaceutici non era granchè affollato. Giada le sorrise. "C'è una pillola per ogni cosa. Le nuove "Amore!™" sono una vera bomba. L'ho presa con Giangi, Erika e pure Paolo, tre volte. Mandi giù e bom! Sei cotta marcia della prima persona che c'hai davanti. Se non ci credi c'ho pure il sensostimo. Miii, ti innamori davvero! Non capivo più niente. Ci abbiamo dato giù per due giorni di fila. Guarda, c'è quella da quarantott'ore e quella da una settimana, io ti consiglio la confezione doppia..."
Titti storse ancora il naso. "L'avevo già provata con Nico, ma..."
"Guarda che queste sono nuove, sono più forti, non ti lasciano più quel mal di testa dopo..."
"E' lo stesso, finiscono e poi non resta niente. Ecco, ci vorrebbe qualcosa che non finisce..."
Giada la guardò a bocca aperta. "Ma sei proprio floscia! Che gusto c'è a non cambiare mai?"
Titti fece una smorfia. "Guarda, grazie ma non c'è niente che m'interessa. Adesso devo andare, puoi sloggarti".
Giada la guardò perplessa per qualche istante, poi fece spallucce. Con un gesto rapido ed esperto si iniettò l'antidoto. La sua espressione cambiò impercettibilmente. "La ringrazio per avere scelto il nostro supermercato." Disse, con un sorrisino tirato. "Se l'ho soddisfatta come Amica del Cuore™ si ricordi, all'ingresso, di chiedere di me alla sua prossima visita. Grazie e arrivederci."
Titti uscì all'aperto. Le nuvole correvano in un cielo grigio. Era strano, volere qualcosa per sempre, assolutamente senza senso. Desiderava...ma desiderava cosa? Qualcosa che non riusciva ad esprimere. Tutto ciò era anormale.
Forse avrebbe dovuto prendere una pillola.

Up, l'ultimo film della Pixar, è come me lo sarei dovuto aspettare: inatteso e sorprendente, delicato ed entusiasmante.
Come ogni capolavoro, ti aiuta a capire meglio te stesso e la vita. Una cosa, in particolare, mi ha fatto rimanere stupito ed ammirato...il giorno dopo, quando l'ho compresa.
[proseguendo, spoiler]
Nel film, ad un certo momento Carl, il vecchietto tignoso che ne è protagonista, vuole piazzare la sua casa (sollevata da migliaia di palloncini colorati) nel luogo da sempre sognato. Infine riesce ad ottenere esattamente quello che vuole. Rinunciando ad essere però quello che è, alle ragioni stesse che l'avevano spinto ad avere quel desiderio fin dall'infanzia. Ovvero quello spirito di avventura che nasce dallo stupore e dalla bellezza, e l'amore. Il palloncino della giovinezza diventa una casa sempre più pesante, che alla fine non si riesce più a muovere. Solo nell'istante in cui Carl riconosce il suo peccato - cioè l'essere di meno di quanto avrebbe potuto - giunge anche l'assoluzione. Ab-solvo: slego, mi sciolgo da quello che mi tiene inchiodato a terra, l'idolo che mi sono costruito.
Il palloncino, nel finale, diventerà ciò che prefigurava, il desiderio alla fine corrisposto al di là dei sogni più audaci.
Libertà non è fare ciò che si vuole, ma è volere ciò che si deve essere. Non mi è mai stato tanto evidente.
E quindi via la zavorra, se si vuole vivere pienamente quell'avventura che è la vita.

All'Inizio - Il bruto, per cominciare - Naturalmente la divinità - All'anima - Lo spirito della cosa - Mangia questo totem - Mi divoro papà - Siamo fatti così - il genio e il desiderio - Non così in basso - E se fosse il giardino?
Che la religione sia una caratteristica universale è ormai un fatto assodato. Ogni pretesa scoperta di popolazioni completamente atee è stato in seguito smentita.
Ma perchè tutti gli uomini la posseggono? L'imputato più ovvio è la stessa biologia umana.
Darwin aveva paragonato l'affezione di Dio all'uomo a quella di un cane per il suo padrone. C'è chi, come Alister Hardy, ha supposto che questo possa essere biologicamente vero, assimilando Dio ad un capobranco verso cui tutti gli esseri umani sono predisposti. Ma davvero l'uomo è gregario per natura?
Julian Jaines, invece, ha proposto che l'idea del divino sorga dal conflitto tra emisfero destro e sinistro del cervello. L'uomo primitivo "udiva" una metà del proprio cervello e ne attribuiva la voce agli dèi. Questa schizofrenia intrinseca di tutti gli uomini sarebbe terminata spontaneamente circa 3000 anni fa, quando l'evoluzione ha provveduto a riunificare le due "camere" cerebrali. La prova sarebbe nella diversa concezione divina riscontrabile tra l'Iliade e l'Odissea...
Pascal Boyer invece sostiene la teoria per cui l'uomo, abituato dall'evoluzione a vedere predatori dietro ogni cespuglio, sia in qualche modo portato da ciò a considerare l'immaginario come realmente esistente. Una preda portata a pensare che ci sia nascosto intorno qualcosa pronto ad attaccare ha più probabilità di rimanere viva di una che non si fa questi problemi. Da qui l'immaginarsi un Dio dietro ogni cosa di cui non si ha il controllo. La religione come illusione.
Peccato che la medesima considerazione si possa fare per la maggior parte della scienza, compreso la stessa teoria di Boyer. Chi ha mai visto la gravità, o questo supposto "circuito mentale"? Sicuro, se ne possono vedere gli effetti, come il cespuglio che si muove...
Anche Richard Dawkins, il nume tutelare dell'ateismo contemporaneo, ci ha provato con la sua invenzione dei "meme", la controparte culturale dei geni. Queste entità misteriose balzerebbero di cervello in cervello, come virus, in un processo di imitazione. Naturalmente per Dawkins il "meme" della religione sarebbe il più letale e maligno di tutti.
All'osservazione che allora anche le idee scientifiche sarebbero questa specie di oggetti virali il loro inventore ha risposto più o meno "sì, no, una specie, perchè la scienza non è arbitraria o capricciosa, mentre all'idea di Dio uno aderisce senza pensarci". Mandando così al macero millenni di pensiero teologico. E' stato fatto notare come sia quantomeno bizzarro che Dawkins attacchi costantemente i credenti sul fatto che credano in quanto è inosservabile e poi basi il suo attacco su una entità inosservabile inventata a fini polemici.
In definitiva, tutti questi tentativi non sono altro che un modo di riproporre la teoria degli "istinti", in voga ad inizio secolo: tutto il comportamento umano sarebbe guidato da diciotto istinti fondamentali...idea che già negli anni '30 era finita nel dimenticatoio. Non sono altro, in fondo, che un tentativo di sminuire la libertà e la ragione umana basandosi sulla genetica o sulla psicologia.
Che bisogno c'è di cercare una base biologica per la religione, quando quello che muove l'uomo è in realtà una mente intelligente e indagatrice ed un desiderio di felicità?

Il direttore arrivò in sala riunioni sbuffando nuvole di fumo pestilenziale. Il capo redattore arricciò il naso e lanciò, come sempre, un'occhiata al cartello "Non fumare" appeso al muro. Come sempre non disse niente. Il capo era facile all'ira.
Il direttore si era frattanto accomodato in poltrona. Con le sopracciglie aggrottate scorreva una serie di informative e dispacci, lanciando un grugnito di tanto in tanto. Tutti attesero che terminasse: era il rito quotidiano. Alla fine, come ogni giorno, il direttore alzò la testa e protendendosi sul tavolo pronunciò le usuali parole: "Allora, su cosa apriamo oggi?"
Redattori, vicedirettori e segretari si guardarono di sottecchi. Parlare per primi era sempre pericoloso. Alla fine il redattore più giovane alzò timidamente la mano. "Ehm...potremmo continuare con la questione omofobia..."
Il direttore lo fulminò con lo sguardo. "Ma sei scemo? L'omofobia è un argomento kaputt, finito, out. Ce l'hanno bruciato. Profilo basso per un po'. L'argomento va rimesso in frigorifero. Se non capisci questo, mi domando perchè ti tengo qui."
Sorrisini soddisfatti attraversarono fugacemente i visi degli altri partecipanti. Una crocetta virtuale fu segnata su parecchi taccuini. Quel povero diavolo non sarebbe durato molto al suo posto.
Un'altra mano si alzò. "Aids? Con il sinodo sull'Africa..."
Il direttore considerò un attimo la cosa. "E' pericoloso, c'è gente in gamba che potrebbe far passare anche qualche idea non di nostro gradimento".
"Però alcuni vescovi potrebbero uscire con delle idee interessanti, tipo sì al preservativo o ai preti sposati."
"Dall'Africa?" Grugnì il direttore, scettico.
"Ma no, europei intendo".
"Si può tentare. Metti un paio di ragazzi a lavorarci sopra. Altro?"
"I preti sposati, per la faccenda degli anglicani..."
Il direttore sbuffò. "Naaa, la gente non la capisce. Non è una cosa da prima pagina, tuttalpiù da pagina culturale. Chiama quel teologo..."
"Quello dell'altra volta?"
"Sì, proprio lui. E anche il suo amichetto filosofo. Tra tutti e due qualcosina può uscire, male che vada la pompiamo con un sondaggio o qualche dibattito. Poi?"
"Scandali ecclesiali?"
"Ne avete?"
Silenzio imbarazzato.
"E allora fabbricateli! Che vi tengo a fare? E' inutile proporre se non avete materiale. Altro."
"Eutanasia?"
"Non è ancora il momento. Con quella usciamo in grande stile tra un po', ci serve un riempitivo. Tu e tu, non avete ancora trovato un nuovo caso che si presti? Tenete alta l'attenzione, ma niente strilli". Battè un pugno sul tavolo, che oscillò pericolosamente. "Forza, ragazzi, ci manca ancora l'apertura."
"Aborto?"
"Hrmpf. Sì, potrebbe andare. Qualcosa sulla 'normativa vecchia non al passo con i tempi'. Un bel titolo ad effetto, cominciamo a caricare e lanciamo con il botto tra una settimana".
Il direttore si grattò la testa, poi cominciò a puntare il dito in successione sui vari redattori. "Tu, procurami i politici. Tu, i giudici. Voglio almeno tre casi di malasanità ospedaliera entro domani. La gente deve domandarsi perchè restare in ospedale quando basta una pillola e via. Voi, almeno tre medici, di cui due non siano i soliti. Altre idee su questo?"
"La rivincita del femminismo?"
"Stupido. Altro?"
"Soluzione per la sovrappopolazione? La scienza per l'uomo?"
"Che ti toglie i problemi...Ummm...Potrebbe andare, la gravidanza come problema. Magari problema globale, con un po' di ecologia, protocollo di vattelapesca, l'uomo inquinante, sviluppo sostenibile, la tecnica al servizio dell'umanità e della natura, felicità delle masse, blah-blah. Bene, agiamo su questa linea. Che a nessuno salti in mente di parlare di feti o di bambini".
Battè le mani. "Benissimo, abbiamo l'argomento del giorno. Al lavoro allora. E ricordatevi: demolire, distruggere, deviare. Non siete pagati per dire la verità. Voglio un incremento delle anime di almeno il 5% per la fine dell'anno, o vi ributto a lavorare di forcone sui relativisti."
Si alzò, si voltò, e la sua lunga coda sferzò minacciosa l'aria sopra la corna dei redattori. Con un ultimo sbuffo che incendiò l'aria e alcuni fogli appesi aprì la soglia della sala riunioni, facendo arrivare nella stanza il rumore di urla, gemiti, imprecazioni insieme al lezzo delle sale operative esterne, e uscì.
Il caporedattore sospirò, spegnendo la carta che bruciava emettendo una nuvola acre. "E meno male che c'è scritto 'non fumare' ".

Il vento, il sole, l'acqua, il tempo hanno reso la vernice di questa porta un intreccio di crepe giallastre. La ruggine macchia il ferro mentre piano lo divora, mutandolo in polvere. Non si riesce più ad aprire. Troppe mani di smalto date affrettatamente hanno bloccato i cardini e la serratura.
Con la spazzola di ferro ne rimuovo le tracce. Ora di dare un nuovo colore. Che fatica. Tornerà ad aprirsi?

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